venerdì 29 gennaio 2016

Desde Bolivia - Parlano di noi!!!!!

Da il "Cittadino" di Monza e Brianza del 28.01.2016
Vita a 4mila metri: serve un aiuto per i ragazzi boliviani di Giovanna

                                        
Menni, monzese, è missionaria laica a Kami, dipartimento di Cochabamba. Qui i salesiani hanno dato vita a un convitto per dare un futuro migliore ai figli dei campesinos. L’appello: «Sostenere a distanza la nostra scuola».

«Per noi che siamo gente di pianura, il solo pensiero di vivere a 4mila metri fa girare la testa». Eppure si può. Se a dare forza è il desiderio di aiutare gli altri, respirare bene a quell’altezza si può. Anzi, proprio lì si può trovare, paradossalmente, quella boccata d’ossigeno che manca altrove. Giovanna Menni, monzese, ci è riuscita. E la constatazione iniziale è proprio sua. Lei racchiude così, in quelle poche parole, tutto il cammino percorso dalla Brianza alla Bolivia. Prima a piccoli passi, poi a ritmo spedito. Tanto che, dalle prime esperienze di volontariato e condivisione, (in Tanzania, coi missionari della Consolata, poi ad Arque e Tujsuma, in Bolivia, con il mandato della diocesi di Bergamo, ndr), oggi quelle altitudini sono diventate la sua vocazione, a Kami, nel dipartimento di Cochabamba, dove la monzese opera da un anno e mezzo con il mandato della Diocesi di Milano, in collaborazione con i padri Salesiani.
Qui, per permettere ai figli dei campesinos di proseguire gli studi, è stato realizzato un convitto. Impossibile infatti per tanti ragazzi affrontare giornalmente lunghi trasferimenti, a piedi e su camion, per raggiungere dalle comunità il capoluogo, dove sono presenti la scuola media e quella superiore. Così i più meritevoli, grazie a borse di studio, possono continuare a studiare per avere un diploma o una specializzazione professionale, ospiti della missione che fornisce vitto e alloggio.
Alcuni dei ragazzi ospiti del convitto dove opera Giovanna Menni
Alcuni dei ragazzi ospiti del convitto dove opera Giovanna Menni

Attualmente in convitto ci sono 43 ragazzi, dai 12 ai 21 anni. Ma si potrebbe fare molto di più. E qui Menni chiama in causa tutta la sua “gente di pianura”, da Monza e al resto della Brianza. Il numero dei ragazzi di Kami è determinato dalla limitatezza del budget (costituito esclusivamente dalle offerte che arrivano dall’Italia, ndr) e questo a fronte di ben oltre 100 richieste d’iscrizione pervenute. I giovani ospiti possono frequentare corsi professionali di falegnameria, meccanica, saldatura, elettricità, informatica, ceramica, panetteria e agricoltura. Le attività sono coordinate da tre padri salesiani (padre Serafino Chiesa, Padre Michelangelo Aimer e padre Tomas Mamani).
«I progetti richiedono un’adeguata disponibilità di mezzi - sottolinea Menni - ma soprattutto energie vive di volontari disposti ad aiutare la speranza».
E tutti possono essere volontari in tale senso. Anche da qui. La gestione economica è totalmente a carico della parrocchia di Kami e fin dall’inizio la missione é stata sostenuta da volontari e associazioni a distanza. Ora c’è bisogno di tutti. Come dare una mano allora? Sostenendo a distanza il soggiorno degli studenti nel convitto. Le famiglie, troppo povere, non potrebbero mai permetterselo. E il futuro per quei ragazzi resterebbe senza questa boccata d’ossigeno. C’è poco tempo per essere utili: a febbraio inizieranno le scuole.
Per informazioni sul progetto http://www.missionekami.it/adozioni.html e missionebolivia.blogspot.com.
Giovanna Menni sino al 2007 respirava, l’aria di pianura: un lavoro nel controllo di gestione del gruppo Multinazionale Sol a Monza, (prima il diploma di ragioniera al “Mapelli”, ndr), gli impegni nella parrocchia di Cristo Re e con i Padri Barnabiti.

Giovanna Menni in Bolivia
Giovanna Menni in Bolivia

In ogni luogo, dalla scuola al lavoro, l’attenzione agli altri non le è mai mancata. Oggi però, nella missione Salesiana di San Josè Obrero di Kami, quell’attenzione è qualcosa di più. È la sua vita. Missionaria laica, felice della sua scelta, non nasconde affatto le difficoltà di ogni giorno, lo sconforto di un luogo precario, scomodo, faticoso, spesso inospitale.
«A Kami - racconta la monzese - mi occupo del taller di ceramica e della panetteria. Abbiamo pensato alla lavorazione dell’argilla al tornio in quanto i ragazzi hanno buona manualità e creatività e questa potrebbe essere l’occasione per valorizzare le loro capacità nelle piccole cose realizzate manualmente con impegno, fatica, pazienza e gusto».
La gestione della panetteria permette invece di sfornare due volte a settimana 600 pezzi di pane per le necessità del convitto e della comunità. «Importante per me, oltre a condividere l’esperienza con i ragazzi del collegio, è anche andare incontro alle persone, fermarmi, stare con loro, imparare a conoscere, incontrare i bambini, le donne, i minatori, i campesinos». «Ogni incontro è diverso - continua Menni - e mi cambia, mi apre nuove prospettive. Non mancano le difficoltà. Ma la cosa bella è che non viene mai meno la forza di guardare alle cose con occhi nuovi e la curiosità dell’andare incontro al diverso».
La Missione salesiana di Kami, nata nel 1977, copre un’area di 910 km quadrati nel dipartimento di Cochabamba, costituita da un labirinto di montagne dai 3mila ai 4600 metri dove la speranza di vita è sotto i 40 anni. Sulle pendici di un monte (a 4mila metri di quota) vivono circa 20mila persone nella quasi totalità appartenenti alle etnie Quechua (gli antichi Incas) e Aymara (pre-incaici). Qui una miniera (di tungsteno) ha rappresentato per decenni l’unica fonte alternativa alla condizione dei campesinos, ma il calo del prezzo del materiale sul mercato, l’impoverimento della potenzialità estrattiva e le spaventose condizioni di lavoro hanno costretto molti ad abbandonare tale fonte di reddito. E la crisi economica, dura ovunque, ora pare durissima laddove la povertà è da sempre compagna di vita. Da qui si può dare una mano. E un futuro.

martedì 19 gennaio 2016

Desde Bolivia - Un regalo inaspettato...

.... alcuni giorni fa è arrivato in missione un orfanello, incontrato nella calle di Cochabamba, ha quattro zampe, con una scottatura nella zampina posteriore,... ora vive con noi, ha bisogno solo di affetto e cure .... ha paura di tutto: delle galline, degli altri cani, dei maiali e perfino dei corvi in volo,... impressionante!!! Me ne sto prendendo cura, l'abbiamo chiamato Panna dal colore del suo mantello,... ho scoperto che in Aymara Panna significa Amico/fratello,... bello questo doppio nome!!!

I bimbi l'hanno già preso in simpatia, gli altri cani di Kami un po' meno,... non essendo il suo territorio sono molto aggressivi nei suoi confronti e Panna è un tenerone, non sa difendersi, si intrufola tra le mie gambe con il rischio di farmi mordere.

Ho parlato con Padre Serafino, in vacanza in Italia, non vuole cani!! i ragazzi del convitto non fanno che far dispetti e le esperienze precedenti sono state negative,... però ho pensato che potrebbe essere un modo per cercare di educarli diversamente,... vedremo . Per ora Panna è il mio perrito.
ciao joe




Foto di G. Menni .La diffusione e copia di cio' che pubblicato in ogni post (pagine del diario e foto) sono rigorosamente vietate

martedì 22 dicembre 2015

Desde Bolivia - Feliz Navidad


“Que Yahvé te bendiga y te guarde;

que ilumine Yahvé su rostro sobre ti y te sea propicio;

que Yahvé te muestre su rostro y te conceda paz.”

(Numeros 6,24-26)
 
Presepe in argilla realizzato dai bimbi della comunità di Kami - Bolivia

 
 
 
Foto di G. Menni .La diffusione e copia di cio' che pubblicato in ogni post (pagine del diario e foto) sono rigorosamente vietate

giovedì 17 dicembre 2015

Desde Bolivia - Navilandia 2015


Navilandia (colonia estiva) con los ninos de Kami, Patino y Villahermosa

Il mondo non si regge che per il fiato dei bambini – detto ebraico

Bello vedervi arrivare sempre presto, con gli abiti di ieri., … un sorriso illumina il volto, mi sforzo di comprendere ogni sguardo  mentre le manine cercano le mie…., eternamente curiosi. Sono schierata dalla loro parte.

Al via le domande: cosa faremo oggi e chissà che non possiamo anticipare anche il domani… Jessica disegna un albero, Santiago un maialino,  Maribel una pecora,…. a me riesce bene un  cane e con la fantasia faccio muovere una nuvola e dò vita ad un fiore.   

Chiudendo gli  occhi  sogniamo di arrivare fino al sole e poi un salto ancora e ci  tuffiamo giù nel cielo, i pensieri corrono liberi in un mondo di magia,… beata ingenuità!!

È ora di giocare, gridare fino all’ultimo respiro, abbiamo il vento per amico, ci accarezza dolcemente  senza farci perdere la rotta.

Un attimo di tregua,… una carica di coccole e poi ancora abbracci, una semplice carezza, guadagniamo confidenza, il mio nome pronunciato in mille modi, …. tutti  intorno cercano un contatto.

 

Tiriamo il fiato: seduti a guardare gli stessi paesaggi, lo stesso sole e ascoltare la stessa pioggia e gli stessi silenzi, guardare in alto il cielo, un cielo profondo, e poi salutarci …. appuntamento a domani!!!
 
Farci cullare dalla luna, la stessa luna che vediamo sgusciare ogni giorno dentro e fuori dalle nubi mentre il sole prende posto su nel cielo, basta poco e tutt’intorno è azzurro cielo, …., guardare avanti sempre, mirare l’orizzonte fin dove possiamo vedere, riempirlo di colori e attimi di gioia!!……. che non vi manchi mai l’incanto!!

Grazie per aver condiviso il bello della quotidianità senza banalità, con tanta dolcezza e autentica semplicità!!!. Ciao Joe







 
 

Foto di G. Menni .La diffusione e copia di cio' che pubblicato in ogni post (pagine del diario e foto) sono rigorosamente vietate

mercoledì 18 novembre 2015

Desde Bolivia - Desde Bolivia hasta Paris


Kami, 18 novembre 2015

Hola, qui tutto ok.  Oggi splende il sole e il cielo è blu.
A breve finirà la scuola, … nel mio “piccolo” continuo il lavoro con i ragazzi in panetteria e nel semplice laboratorio di argilla producendo piccoli oggetti in terra cotta. Mani che lavorano, sguardi che si incrociano, sorrisi che parlano…, so che in Europa è un momento triste, brutto, …  qui le notizie arrivano un po’ a singhiozzo…., riesco ad informarmi grazie ad internet (connessione permettendo), e rimango senza parole, vuota,  scossa dagli avvenimenti,… gente che usa le proprie mani per sparare e uccidere; l’attentato di Parigi ci  ha lasciato tutti sgomenti, non solo per la sua ferocia, ma anche perché colpisce irrinunciabili valori di tolleranza e libertà.

Penso a quali sentimenti nel cuore delle persone che hanno perso i loro cari in modo così assurdo e violento, forse odio? vendetta, rabbia , sfiducia, perdita, sconvolgimento, sofferenza, strazio…  silenzio? …, oppure solo vuoto, smarrimento, ricordi… chissà che  neppure la forza di trovare tanti pensieri quando il dolore ti soffoca il cuore,….   rimaniamo vicini con la forza della preghiera.
Ciao, joe


 “Non avrete il mio odio” di Antoine Leiris           17 novembre 2015

Se ciò che chiamiamo Occidente ha un senso, questo senso palpita nelle parole con cui il signor Antoine Leiris si è rivolto su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno ucciso sua moglie.  

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio, per il quale ciecamente uccidete, ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.  

L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

… Papa Francesco:  La strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità

domenica 8 novembre 2015

Desde Bolivia - Wallunka


HOLA, .... dopo le celebrazioni dedicate ai morti, iniziano i festeggiamenti dedicati alla vita e alla speranza. Uno di questi è la festa della wallunkas, (oscillazioni in spagnolo). Sono grandi altalene armate con tronchi d'albero di eucalipto, due lunghe corde laterali e una coperta che serve da seggiolino. Due uomini fanno oscillare la persona seduta sull’altalena. Normalmente questa persona è una giovane, una “cholita”.
 La festa della wallunkas dura tutto il mese di novembre, la domenica, da tutti i Santi fino alla festa di Sant'Andrea.
E’ occasione di incontro di gruppi di persone che mangiano e bevono, la chicha va alla grande!!!.La ragazza che siede sull’altalena, oscillando, intona canzoni con la propria musica di questa festa; tutt’oggi il canto e’ stato sostituito da musica riprodotta grazie ad impianti stereo.
La cholita dovrebbe prendere con i piedi oggetti appesi ad un arco, ai tempi erano decorazioni di frutta ora gli oggetti sono costituiti da secchi di plastica e altri utensili.


 
Nonostante i cambiamenti graduali, la festa di wallunkas rimane una festa gioiosa e caratteristica rivolta soprattutto alle giovani in cerca di marito che amano giocare e divertirsi mentre vengono osservate dai ragazzi e dal resto della comunità.

 ..... anche la joe si e' buttata, direi catapultata ... tanto da guadagnare il mitico premio: un cestino in plastica!!!tra uno "sbalzo e l'altro" ...  tutto bene, ...  le foto mostrano il tocco magico.....

 ciao joe


Foto di G. Menni .
La diffusione e copia di cio' che pubblicato in ogni post (pagine del diario e foto) sono rigorosamente vietate

 

martedì 3 novembre 2015

Desde Bolivia - La percezione Andina della reciprocità


La percezione Andina della reciprocità

Bolivia - Il culto dei morti nelle Ande risale ai tempi pre-ispanici.  Per i popoli aymara la morte naturale non è un evento tragico, ma un altro ciclo della vita stessa.  Così, quando qualcuno muore, dicono che una persona "“se ha ido” o “ha partido, “ è   stato" o "se ne è andato”. Ogni anno, all'inizio di novembre, ritornano le anime (ajayus) dei nostri cari defunti.  Si aspettano allestendo altari nelle case.

Il 1 ° di novembre a mezzogiorno le alme "ajayus" ritornano dalle montagne a vivere per 24 ore con la famiglia e gli amici che si preparano e li ricordando in ogni casa con un altare o "tavolo", chiamato anche apxata, tavola che è adornata con fiori, candele, canna da zucchero, frutta, bevande , tantawawas (pane ),  e altri oggetti.  Per la cultura aymara la morte è la continuazione della vita e si ritiene che per due anni l'anima rimane e accompagna la vita, per poi salire verso le montagne dove viene restituito al mondo di achachilas (antenati) solo nel terzo anno; per questo motivo nei tre anni consecutivi alla morte del parente, la famiglia allestisce l 'apxata' o l'altare dei morti, un rituale eseguito da parenti stretti del defunto.

 Le anime che ritornano e visitano la propria famiglia si manifestano in modi diversi con i suoni, soffia nel vento, oppure  attraverso i sogni, annunciando che la visita è iniziata.

 Le alme  possono anche rimanere fino al momento del carnevale, secondo il trattamento che ricevono nella famiglia dei vivi, secondo le tradizioni Aymara.  Armare gli altari dei morti è un rituale e ciascuno degli elementi che li compongono ha un significato importante nella festa di Tutti i Santi in Bolivia.  Alcuni antropologi ritengono che lo stesso altare rappresenti la (achachilas) montagna da dove provengono le anime. La tovaglia che ricopre l’altare  può avere diversi colori: bianco, se il defunto è un bambino o nera se il defunto è un adulto.  Altre famiglie utilizzano spesso un aguayo colorato se il defunto è una donna.  E’  importante  definire lo spazio in cui sarà ricevuta l’alma, quindi spesso sono usate quattro canne da zucchero che adornano ogni angolo del tavolo, altri credono che queste aste servano come "bastoni" utili al sostegno delle anime e necessari  per alleviare la loro fatica nel loro lungo ritorno.  Nella parte centrale dell'altare è posta la foto della persona cara defunta circondata da cibo abbondante,  fiori,  alcool, foglie di coca e si possono trovare anche altri elementi che richiamano simboli cattolici come croci e rosari.  La tradizione vuole che "ajayus” – le anime -  vengono a mangiare il cibo che a loro piaceva ecco così l'usanza di mettere sull’altare gli alimentari e le preferenze di consumo dei defunti.

Anche la musica ha un ruolo fondamentale, mentre il primo giorno è più solenne,  nel licenziamento delle anime cioè il  giorno dopo il loro ritorno  è scelta generalmente musica e canzoni dal ritmo soave per una despedida (saluto) piacevole e felice.

Adornare con dolci, pane e biscotti è anche una tradizione che ha il significato di addolcire la vita come un presagio di giorni migliori a venire, nonostante la perdita di un parente.  Le tantawawas (bambini fatti con il pane) rappresentano, secondo alcuni ricercatori, la purezza dei defunti. L’acqua serve per il defunto durante il viaggio di ritorno e il simbolo della scala, del cavallo e del lama sono utili alle anime per il viaggio di ritorno lungo le strade più impegnative del mondo degli spiriti.

 I bambini pregano nelle case e nei cimiteri in cambio del pane e dei dolci; per  loro è il giorno della festa.  "Questo dimostra come si ridistribuisce alle persone tutto ciò che si è accumulato". E’ evidente la percezione andina della reciprocità, della solidarietà con tutti, il pane non si deve conservare ma condividerlo.



In Bolivia la tradizione legata al giorno dei morti e dei santi ha dunque un valore culturale profondo, anche la data ha un significato particolare nel calendario agricolo e rituale del mondo andino, perché nel corso del tempo che comprende dal 12 ottobre al 8 novembre è il periodo che segna la fine del Awtipacha o tempo asciutto, per iniziare la Jallupacha o periodo della pioggia.




 
Quando la stagione delle piogge inizia si semina nei campi degli altopiani, un atto molto molto importante perché ha a che fare con il sostentamento delle famiglie.

La tradizione, soprattutto nelle aree rurali, fa coincidere questi giorni con il ritorno delle anime, un ritorno che sarà di buon auspicio per un buon  raccolto.



Foto di G. Menni .
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Informazioni personali

La mia foto
Diploma di ragioniera presso Istituto Achille Mapelli di Monza. Scuola Fondazione Giovanni ed Irene Cova di Milano, diploma di addetta alla lavorazione della ceramica al tornio. Fino al 2007 ho lavorato nel controllo di gestione del gruppo Multinazionale Sol Monza. Dal novembre 2007 esperienza missionaria nella comunità di Arque e Tujsuma - Bolivia . Attualmente vivo nella missione Salesiana di San Jose' Obrero di Kami - Cochabamba (Bolivia) per contatti giomenni@hotmail.it